Il territorio per noi è il luogo naturale dove ricomporre il senso di una ritrovata comunità in un’azione collettiva a partire dalla sua salvaguardia. Esso deve essere inteso come patrimonio di beni e risorse materiali ed immateriali da tutelare e valorizzare. Dobbiamo opporci con forza alla proposizione di modelli di sviluppo fondati sulla speculazione territoriale, tanto in termini di urbanizzazione edificatoria quanto di insediamenti produttivi inquinanti o destinati alla grande distribuzione.Avanzeremo proposte per una nuova e migliorata mobilità sostenibile, una riqualificazione e bonifica delle aree periferiche o degradate, contro l’inquinamento ambientale, per migliorare gli indicatori sociali della qualità della vita delle nostre comunità. Per pervenire alla rapida e, soprattutto, positiva e valida definizione del Piano territoriale di Coordinamento, bisogna sostenere il percorso individuato dal Prof. Cervellati cui l’Amministrazione provinciale ha conferito l’incarico della sua elaborazione.
Il Piano deve prevedere la valorizzazione di tutta l’area provinciale, assecondare le diverse vocazioni per la più produttiva utilizzazione delle loro risorse naturali.
E’ importante prevedere una efficiente rete di infrastrutture e di servizi per il territorio, delineare le zone per insediamenti turistici e industriali, esaltare le aree già interessati da interventi quali la costa Jonica e l’arco Tirrenico della provincia per ciò che attiene il turismo e l’area industriale di Lamezia Terme.
Ruolo importante e decisivo per lo sviluppo del territorio provinciale e per il pieno svolgimento del ruolo regionale, è rappresentato dall’area centrale Jonio – Tirreno altrimenti definito “istmo Lamezia - Catanzaro “.
IL GOVERNO DEL TERRITORIO, OBIETTIVO CONSUMO ZERO
Non si può prescindere da una forte azione pubblica nel governo del territorio. Contrariamente allo slogan “padroni in casa nostra” occorre un grande sforzo per costruire una visione collettiva del luogo in cui viviamo, costruendo processi partecipati per la formazione degli strumenti di pianificazione. La carenza strutturale di iniziative pubbliche nel settore della casa ha contribuito a considerare il problema della casa come una questione privata, individuale, alimentando così la rendita immobiliare, oltre che contribuire a determinare la scarsa qualità degli insediamenti, dettata da una attenzione dell’abitare riferita esclusivamente alla dimensione domestica. Questo ha prodotto agglomerati dove non esistono luoghi pubblici, spazi comuni, ma dove si esalta l’assoluta indipendenza dell’alloggio, l’uso esclusivo dello spazio aperto; luoghi dove rinchiudersi e disinteressarsi a quanto accade fuori, salvo indignarsi quando si ritiene possa essere coinvolta la propria sfera privata.
Occorre proporre un modello diverso, partendo dal riconoscimento del primato del Piano (non è così scontato come può sembrare) e attraverso un approccio capace di riconoscere l’esigenza di strumenti di scala appropriati al fine di superare una concezione di sussidiarietà distorta, spesso banalizzata da una lettura sbagliata della possibilità, prevista dalle Leggi regionali, di autoapprovarsi i Piani: è emblematico l’esempio concreto del Consiglio Comunale del Comune di 2000 abitanti che deve rispondere a 200 osservazioni di privati e poi approvarsi il Piano.
Questa visione risponde sicuramente ad un ruolo che vorrebbe rafforzare gli enti locali ma che nella realtà li indebolisce. In una situazione in cui i Comuni approvano dei bilanci che si reggono praticamente in maniera esclusiva su oneri di urbanizzazione e ICI, questo spesso crea una situazione di svendita del territorio. Questo risulta ancor più evidente per le realtà più piccole, poco organizzate e economicamente deboli, che spesso sono costrette a subire forme di razzismo territoriale: pur di far quadrare i conti portano a casa iniziative che comuni più robusti si sono permessi di poter rifiutare, o molto più spesso in virtù di particolari localizzazioni, magari lungo le direttrici infrastrutturali, individuano previsioni assolutamente insostenibili per quella realtà. Anche il coinvolgimento dei cittadini nelle necessarie attività di partecipazione risulterebbe falsata, quando la realizzazione della nuova scuola materna dipende dalla previsione della nuova area artigianale!
L’alternativa può essere rappresentata da quella che viene definita Sussidiarietà responsabile, che necessita di quadri di riferimento più ampi dei confini comunali per costruire delle politiche di sviluppo realmente sostenibili, anche e soprattutto in termini sociali, capaci di leggere le caratteristiche dei territori e individuarne le vocazioni, organizzarne i servizi, disegnarne l’assetto. Occorrono degli strumenti capaci di creare le opportunità affinché Sindaci, magari divisi da storici campanilismi, inaspriti dai fenomeni che prima si citavano, concordino sull’esigenza di una regia strategica.
Lo strumento del PTCP provinciale può utilmente muovere in questa direzione e gli obbiettivi indicati vanno perseguiti anche con strumenti che affiancano le tipiche discipline urbanistiche, ad esempio capaci di imporre fiscalità di agglomerato, così da eliminare quella competizione fra comuni assolutamente dannosa e poter contare su previsioni di localizzazione fondate sull’inserimento ottimale e non sull’esigenza, comprensibile, di chi deve chiudere il bilancio.
Questa non rappresenterebbe una risposta risolutiva rispetto al problema della insufficienza di risorse che gli enti locali hanno a disposizione, che richiede anche altri impegni; quindi un confronto programmatico deve partire dalla convinzione che non si può utilizzare il territorio per fare cassa, e che occorre impegnarsi seriamente e concretamente per ridurne i consumi.
I Piani dei comuni, riconoscendo centralità alla sostenibilità ambientale e sociale e l’attenzione nel consumo del territorio, devono partire da un’analisi del fabbisogno particolarmente attento, in particolare per le problematiche di tipo abitativo e residenziale. Questi fabbisogni andranno soddisfatti prioritariamente attraverso il recupero del patrimonio edilizio esistente, mentre eventuali nuove previsioni dovranno rispondere a quei principi di compattazione degli abitati al fine di contrastare lo sprawl, per evitare modelli insediativi dispendiosi sia in termini ambientali che in termini sociali.
Occorre contrastare nuove lottizzazioni e lavorare alla definizione di cinture verdi quali limiti all’espansione urbana, trasformando una linea sulla carta, che se non oggi in futuro rischia di essere scavalcata, in un elemento strutturante del territorio sempre più forte.
Più in generale occorre prestare una particolare attenzione rispetto alle trasformazioni che si andranno a prevedere al fine di garantire un dimensionamento strettamente legato al fabbisogno, consentire trasformazioni ordinate e limitare i consumi di suolo, nell’ottica dell’obiettivo Consumo zero di territorio.
A tal fine è necessario garantire un controllo delle trasformazioni anche alla scala edilizia, attraverso il Regolamento Edilizio che ha lo scopo qualificare e classificare il patrimonio immobiliare per garantire i cittadini acquirenti e al tempo stesso perseguire la sostenibilità ambientale degli interventi. Occorre incentivare l’uso di tecnologie ecocompatibili capaci di migliorare la qualità dell’abitare oltre che ridurre i consumi energetici, idrici etc.
Per garantire una efficace azione di governo del territorio, oltre che l’attività di programmazione e pianificazione, può essere opportuno un coinvolgimento diretto del Pubblico anche con ruoli operativi, questo in particolare per interventi complessi e strategici: iniziative dove è necessario un controllo più spinto, oltre che per l’importanza anche per l’apporto di contributi pubblici che vengono impegnati e che non possono essere finalizzati esclusivamente ad alimentare rendita per i proprietari interessati; ma che devono trovare meccanismi di redistribuzione a favore della collettività. A tali scopi possono essere previste Agenzie, Società di Trasformazione Urbana che possono rappresentare validi surrogati di quella riforma urbanistica progressista che questo Paese continua ad attendere.
Il territorio va poi difeso con una costante opera di manutenzione capace di mantenere efficienti i sistemi di difesa idraulica, di coordinare le competenze e le conoscenze sulla gestione delle opere di bonifica, di difesa delle coste dall’erosione. Queste pretendono una continua manutenzione e la diffusione degli interventi meno impattanti e più efficaci quali ad esempio il progetto di ripascimento con sabbie prelevate da giacimenti geologici ubicati in mare aperto per quanto riguarda l’erosione costiera, e la articolata e complessiva gestione di bacini idrografici con la somma di tanti piccoli interventi poco impattanti.
E’ soprattutto tra i beni naturali che ci sono quei beni comuni che per noi vanno maggiormente tutelati e che devono rimanere proprietà pubblica. Questo e’ l’impegno che rinnoviamo nei nostri programmi. Le condizioni economiche che le scelte dei governi precedenti hanno determinato per gli enti locali rischiano di creare nuove condizioni di difficoltà: annunciando che si guidavano i comuni a tagliare le auto blu, si sono in realtà create le condizioni per costringere i comuni alle esternalizzazioni dei servizi, alla vendita del patrimonio, ma anche delle proprietà delle aziende che si occupano di servizi ambientali. Non si e’ trattato di liberalizzazioni ma di costrizione alla privatizzazione che ha portato con sé anche tutto il negativo che la gestione della cosa pubblica fatta da società protese all’utile economico necessariamente comporta. Sono soprattutto questi aspetti negativi quelli sui quali vogliamo concentrare il nostro impegno.
11.11.08
Il Responsabile
Pino Commodari
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